maestro

Jiang Yi è nato a Shanghai il 6 agosto 1971. Allievo di Fan Su Fen, pratica il Tai Chi Chuan fin da bambino. Si è trasferito in Italia nel 2000, da allora insegna Tai Chi Chuan.

conversazione con jiang yi

Perché hai iniziato a praticare il Tai Chi Chuan?

I miei genitori mi hanno spinto a praticarlo per rafforzare il mio sistema immunitario, che era molto debole. Mi mandavano tutte le mattine in un parco dove lo praticava tantissima gente di tutte le età, dai bambini agli anziani. Lì ho imparato.

Inizialmente lo facevo perché “dovevo” farlo, mi era indifferente. Poi, dopo alcuni anni, mi sono accorto che qualcosa nella mia salute era cambiato: mentre prima bastava poco perché mi ammalassi, ero diventato più forte e resistente. Ho semplicemente collegato le due cose e capito che il Tai Chi Chuan funzionava.

Da allora non ho mai più smesso di praticarlo. Oltre al Tai Chi Chuan pratico Chi Gong e Tui Shou.

Come e quando hai iniziato a insegnarlo?

Io non sono partito con l’idea di insegnarlo. In Italia ho incontrato persone che praticavano il Tai Chi Chuan e ho iniziato a praticarlo con loro e a trasmettere quello che avevo imparato.

Così sei diventato un maestro?

Il “maestro” non esiste senza allievi. Io sono un “maestro” perché gli allievi mi chiamano così. Non mi sento più importante di loro, non sarei niente senza di loro. Una cosa è preziosa solo se viene richiesta. Posso spiegarlo meglio dicendo che io rimarrò sempre allievo, non sono un maestro, sono solo un “vecchio allievo”.

Uno può essere bravissimo nella tecnica, ma non essere considerato un maestro. Essere rispettato dagli allievi non dipende solo dalla bravura con cui insegni il Tai Chi, ma anche da come sei, da che persona sei, dal rapporto che hai con gli allievi e da come sai mantenerlo.

Per l’Associazione hai scelto il nome “Yuan”, che significa “Incontro voluto dal destino”. Perché?

Cominciamo dal simbolo del Tao nel logo dell’Associazione. Questo simbolo, importantissimo nel mondo e nella filosofia orientali, è molto potente, e può spiegare qualsiasi cosa. È la mia radice filosofica. “Yuan”, che significa appunto “Incontro voluto dal destino”, per me ha molti significati.

Significa l’incontro tra me e il Tai Chi Chuan. Significa l’incontro con le altre persone: le persone si incontrano sempre per un motivo. Il Tai Chi Chuan mi fa stare bene e continuo a praticarlo. Tra me e i miei allievi c’è Yuan. Anche con quelli che non vengono più a lezione c’è Yuan. Anche con quelli che non sono ancora venuti a lezione, c’è Yuan. È scattato qualcosa, è Yuan. Nascerà qualcosa, anche se non si può sapere cosa; questo è Yuan.

E poi c’è l’incontro tra culture: la tua cultura, quella nella quale sei cresciuto, e la nostra, quella che hai scelto di incontrare studiando l’Italiano in Cina e poi venendo in Italia.

Per me è stato importante studiare, mentre ero in Cina, la lingua e la cultura italiane. Da quando sono arrivato in Italia, naturalmente, ho imparato tantissimo di più. Ogni cultura ha una storia, una filosofia, radicata nel luogo dove è nata, ha sempre delle ragioni ed è da rispettare e ripensare. Vorrei che lo spirito dell’Associazione riflettesse questo rispetto nell’incontrarsi.

Talvolta chi si accosta alla filosofia orientale la abbraccia in modo assoluto, cancellando le proprie radici culturali, filosofiche.

Non condivido questo atteggiamento. Le persone vogliono “il meglio”, “la filosofia migliore”. Io non mi chiedo mai “cosa è migliore”, se è migliore la mia cultura e la mia filosofia, o la vostra. In questo mondo niente è “migliore”, tutto ha cose positive e allo stesso tempo cose negative. Secondo me bisogna conoscere di tutto e cercare di capire le ragioni di ogni cosa. In questo modo si è più sereni.

In che senso “sereni”?

Nelle cose che accadono c’è sempre il positivo e il negativo. Una vita senza problemi non esiste, non è possibile. Conoscere le cose serve per capire come affrontarle, come comportarsi: prepararsi per affrontare ciò che ci capita. Per farlo, tutto serve: io ho imparato molto anche dal modo di pensare occidentale. Anzi, posso dire che in fondo non c’è poi molta differenza. La differenza maggiore sta nel modo di parlare, di descrivere.

Quando insegni Tai Chi Chuan spesso spieghi quella che noi chiamiamo “teoria”. In che modo la teoria si unisce alla pratica?

Proprio nel modo in cui spiego si vedono le radici del pensiero nel quale sono cresciuto. Ad esempio uso molte immagini tratte dal mondo naturale. È diverso dire “dovete essere stabili sulle gambe” e dire “dovete essere come un albero”. Questa immagine è immediata, l’allievo la “sente” senza bisogno di usare il cervello, e praticando, allenandosi, la applica, raggiungendo così lo scopo: essere stabile come un albero, con le sue radici.

Nel caso del Tai Chi, come delle arti marziali, si parla di “arti orientali”.

Nella parola “arte” non c’è solo la tecnica, ma anche una parte di mistero. “Arte” comprende il corpo, la mente, l’energia e la filosofia. Praticando un’arte si dà vita a qualcosa, si mette passione, emozione, interiorità. Anche per questo è una pratica individuale, diversa per ciascuno di noi, dove la tecnica, le basi, le cose che si fanno e si imparano dal maestro diventano meno importanti di “come” si fanno. Io cerco di aiutare ciascun allievo a trovare il suo modo di fare Tai Chi. In questo, sono al servizio dei miei allievi.